CARLO GHIRARDATO CANTA MIMI’, AMICA FRAGILE

Pollicino gnus Reggio Emilia - Ottobre 2010, Maria Letizia Anastasio - Abbiamo conosciuto Carlo Ghirardato, voce solista del gruppo genovese “Le quattro chitarre”, come magistrale interprete di De André nell’album “Ora che il cielo ai bordi le ha scolpite” del 2005. La sua voce calda e profonda ci ha fatto rivivere, in centinaia di concerti, l’eredità di emozioni che il grande Faber ci ha lasciato, riproponendo le sue canzoni come “un atto d’amore per il pubblico”. Afferma con semplicità: “canto come se fossi cieco. Come se fossi, e di fatto lo sono, un libero trasmettitore di suoni e parole che hanno saputo cantare il nostro passato, presente… e poi il futuro”. Ma la forte somiglianza vocale col cantante poeta genovese, se da un lato ha dato la possibilità di rendere noto musicalmente un grande artista, dall’altro ha rischiato di vincolarlo al ruolo di aedo.

Così oggi Ghirardato, promuovendosi coraggiosamente da interprete a cantautore, canta le sue canzoni. Il suo primo singolo ricorda la struggente storia narrata nella Canzone di Marinella. Il singolo, scritto in collaborazione con Renato Droghetti (già produttore artistico di Edoardo Bennato, Paola Turci, Edoardo De Crescenzo) e Leornado Trocchi è stato pubblicato l’11 maggio scorso dalla San Luca Sound.

La copertina è stata curata da Ferruccio Piludu, che ha rielaborato una foto di R. Rocchi tratta dall’LP di Mia Martini “Il giorno dopo”. Il brano costituisce il preludio ad un album Concept… e ad uno spettacolo teatro canzone dal titolo “…per quelle due voci oltre la collina”, dedicato a Mia Martini e Fabrizio De André, accomunati dalle radici mediterranee.

La canzone inedita, intitolata “Canta Mimì” è una dolce ballata alla Brassens che narra l’amara storia di Mia Martini, donna di Calabria, poco convenzionale per la sua epoca, che rifiuta la sottocultura che la vuole “femmina sottomessa”, si ribella e fugge.

Un omaggio ad un’ amica fragile che cerca conforto nel canto per curare le ferite inferte alla sua anima e come unico sfogo alla sete di amore negato. La sua è una lotta contro un colosso troppo grande, le difficili relazioni tra l’universo femminile e quello maschile, che segneranno l’intero suo percorso. Nel testo l’immagine femminile, mediatrice di affetti e di natura, si scolorisce scomparendo lentamente, per lasciare il faticoso posto ad un’immagine che non media, se non con sé stessa, e che si trova a dover scegliere, suo malgrado, “tra il sogno e il bisogno”.

 

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